Fronte russo: tra cielo e neve, la caccia furibonda a un Militech infiltrato in una divisione di paracadutisti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Arrivano per Mezzotints Ebook due storie inedite della saga di “WAR”. Un assaggio della prima…

«Non lo tengo, cazzo, non lo tengo!»
Calore rovente, aria irrespirabile, fumo.
Rudolf tossì, espettorando sulla consolle un bolo verdastro di catarro marcio. Strappò gli occhialoni dalla fronte e si passò una mano sul viso madido di sudore. Strinse le palpebre. La cabina era un frullatore, sentiva la carlinga vibrargli nelle ossa, pulsargli nelle ferite, strappargli le suture.
L’aereo imbardò e scivolò su un’ala, perdendo improvvisamente quota.
Era stato centrato dalla contraerea. Il Daimler-Benz da 1475 cv equipaggiato dal Messerschmitt Bf 109 era in fiamme,  borbottava, mentre l’elica perdeva colpi ruotando in modo irregolare, per grazia di Dio.
Non aveva scampo, nessuno lo avrebbe riportato a terra sano e salvo. Non questa volta.
«Cristosantissimo!» abbaiò di nuovo alla radio.
Il palmo cominciò a sfrigolare attorno alla cloche rovente, ma il Major Rudolf Ziegler vi si aggrappò anche con l’altra mano. Con i piedi puntati sul pavimento tirò con tutte le forze, nel tentativo di sollevare il muso del velivolo.
L’abitacolo era invaso da un fumo denso e nero, i vetri del cupolino spalmati di fuliggine. Rudolf torse il collo, rovesciò la testa all’indietro, guardò su, affamato d’aria e di luce. Niente, il cielo non si vedeva da nessuna parte. Era cieco. E gli mancava il respiro.
Tossì di nuovo.
Odore di carne abbrustolita e guarnizioni che andavano a fuoco. Filtrando da una crepa nel cupolino, uno spiffero gelido dissipò parte del fumo. A causa del calore, però, non c’era superficie metallica che si potesse anche solo sfiorare.
In mezzo alla coltre buia si sfilacciò un barlume di azzurro; intravide altri caccia e più su le ombre sinistre degli Junkers Ju 52 che trasportavano un battaglione scelto e senza insegne di Fallschirmjäger della 7. Fliegerdivision.

Piccole sagome appese al loro paracadute lacrimavano dal cielo grigio, a centinaia. Dall’alto, Rudolf le guardava scendere alla stregua di fiocchi di neve giganti. Qualcuno – pochi, a dire il vero – era carne morta come lui. Infiltrati, il cui cuore non pulsava più da tempo.
Poi di nuovo buio. E fiamme… Avvolgevano ormai l’intero muso dell’aereo, soffiando contro il parabrezza come alito d’Inferno. Sarebbe bastato un niente per mandare in frantumi il vetro e liquefare in un battito di ciglia il viso del pilota.
I quadranti esplosero, irrorandolo di schegge.
Rumore assordante. Snudato dalle lamiere che proteggevano il motore, il suono dei cilindri si fece sporco, s’incarognì salendo un’ultima volta di giri, agonizzò.
Poi…
…in un attimo…
silenzio.
Ogni nota si era spenta, eccetto quella del vento che faceva sussultare la carlinga. E dell’elica che falciava il vuoto. Stava planando senza più motore. E anche il fuoco aveva perso intensità.
Ovattato nulla.
Il muso dell’aereo s’abbassò. Colpì qualcosa. Lo sparò in tutte
le direzioni: pedone del cielo, Fallschirmjäger, commilitone… Uomo sbagliato nel posto sbagliato.
L’aereo s’inclinò a 45 gradi. L’elica puntò di più verso il basso, incappucciata dai brandelli di un paracadute.
Stava scendendo in picchiata.

Un oggetto gli rotolò tra i piedi. Doveva essere la sua mano grigliata, spiccatasi per il calore dal resto del braccio destro. Gliel’avevano riattaccata solo una settimana prima, con un innesto casareccio di carne riportata e fili di acciaio.
«L’abRRRiamo aggRRRanciata, RRRMaggiore», bofonchiò la radio in mezzo al fruscio elettrostatico. «Si tenga prPRRRR… RRRRPRrrr…»
Non potevano tenerlo in volo, l’aereo; lui era “controllabile” in remoto, al contrario della macchina sulla quale si trovava.
La terra si stava avvitando su se stessa, sempre più veloce. Sempre più vicina.
Paura. Mista a qualcos’altro. Forse avrebbero potuto spegnerlo. Solo pochi secondi, giusto per risparmiargli il trauma elettrico dello schianto. L’aereo ebbe un sussulto, si raddrizzò, trovò per un istante un assetto precario.
Con l’unica mano rimasta, Rudolf sganciò la cintura di sicurezza, affondò la testa nell’incavo delle braccia e si preparò all’impatto.