Dal ristorante panoramico di “Infect@”, sorta di Titanic delle sale da pranzo, al Blockbastard de “L’algoritmo bianco”, costruito con moduli prefabbricati capovolti; dal Kapolinea Kipple di “Toxic@” alla taverna portuale di Mecharatt, su Mondo9. Ecco il Tripadvisor dei miei locali da incubo…

Bar, locande, ristoranti, pub, taverne… I romanzi, di qualsiasi genere essi siano, sono pieni di luoghi – spesso sordidi e malfamati – che fanno da crocevia a personaggi destinati a fare da motore alla storia. Di solito è in posti come questi che i protagonisti interagiscono con i comprimari e gettano le basi degli step successivi dando spesso la stura all’azione vera e propria; davanti a un boccale di birra o a qualche altra bevanda strana.

Le pagine che li presentano sono però anche un’occasione d’oro per descrivere bui angoli di città, come pure oscure tradizioni e sinistre abitudini. Ecco una breve carrellata dei locali apparsi tra le pagine dei miei romanzi.

Il ristorante panoramico di “Infect@” 

In rigoroso ordine cronologico cominciamo da “Infect@” (Urania 1521, 2007) e dal locale che i due poliziotti della S.C.E. di Milano (Sezione Crimini Efferati), Montorsi e Mushmar, incontrano quasi per caso all’ultimo piano di un palazzo abbandonato…

“La sala da pranzo era stipata di tavolini, molti dei quali impilati l’uno sull’altro. Attraverso le vetrate rotte filtrava la luce bianca delle insegne al neon. […] “Un ristorante panoramico. Non credevo che ce ne fossero di così eleganti in un quartiere come il Forlanini”. C’erano resti marci di raffinati broccati, tende di cotone smangiate dalla muffa. E bicchieri rotti, in quantità impressionante. La luce entrava da tutti e quattro i lati, vaporosa come un riverbero sul ghiaccio. Mushmar mosse qualche passo sul tappeto di cristalli. Sotto le suole produceva il gemito di una ricchezza perduta per sempre. “Il Titanic delle sale da pranzo” commentò. Come se il palazzo, in una notte serena, fosse andato a cozzare contro un altro edificio. O una gigantesca insegna al neon. Istintivamente si voltò a scrutare le cime dei casermoni intorno. Tutte avevano insegne abbastanza grosse e luminose da sembrare enormi blocchi di ghiaccio, alcune erano persino del colore giusto: candide e venate di riflessi azzurrognoli. Sul pavimento solo cocci di cristallo e qualche posata d’argento, nessun residuo di cartoni morti, non una traccia di fango. Né sui tavoli, né sulle sedie. Pur nel suo degrado, l’immenso locale era pulito. (Pag. 172)

Il “Blockbastard” de “L’algoritmo bianco”

La seconda tappa è ne “L’algoritmo bianco” (Urania 1544, 2009), dove il killer Gregorius Moffa incappa nel “Blockbastard”, uno strano pub costruito con moduli prefabbricati capovolti.

“I quattro blocchi scuri sembravano giganteschi dadi da gioco fatti rollare dalla tangenziale. Sul più vicino del gruppo una scritta laconica e a suo modo minacciosa: “VI METTIAMO SOTTOSOPRA – BENVENUTI AL BLOCKBASTARD. INGRESSO DAL TETTO”. (Pag. 116)

E ancora…

“I quattro moduli cubici che costituivano l’ossatura portante del Blockbastard facevano parte di un progetto di edilizia popolare ed erano stati trafugati da un cantiere automatizzato e abbandonati lì da un autotrasportatore compiacente, che non si era però curato – scaricandoli in fretta – di raddrizzarli sul verso giusto. Anziché provvedere da terra, la società che aveva in appalto il locale aveva preferito soprassedere alla manovra e avviare subito i lavori di ristrutturazione, avvicinando le strutture, abbattendo pareti e aprendo porte comunicanti da un modulo all’altro, senza tuttavia ritagliare nuove finestre o sigillare quelle vecchie. Buona parte della mobilia – brande, cassettiere, tavoli, ma anche cessi e lavandini – non era mai stata smontata dai muri ed era quindi rimasta imbullonata lì dove si trovava in origine. L’effetto era ovviamente quello di entrare in un mondo capovolto, le cui sezioni erano coricate, per giunta, ciascuna su una base diversa… Si avviò al bancone calpestando i resti di una pictofotografia sbiadita. Gli schermi erano muti e proiettavano un diluvio random di spezzoni montati uno di seguito all’altro, senza dissolvenze tra i diversi file, alcuni dei quali erano riprese al ralenty o primi piani soffocanti. C’erano culi e passere in abbondanza, ma anche violenza di ogni tipo o banali esercizi di strafottenza urbana, come imbrattare muri o importunare i passeggeri di un mezzo pubblico. Risse, amplessi, inseguimenti, porcheria onirica coi colori slavati e i contorni indefiniti. Gli snuff movie veri e propri erano pochi, circoscritti a una sola saletta riservata al cui interno si accedeva con un pass”. (Pag. 117)

Il “Viral Sea” di “Toxic@”

La terza sosta e a un altro ristorante panoramico, questa volta etnico, descritto in “Toxic@” (Urania 1574, 2011). Siamo in pieno delirio di Milano cartoonizzata, e il locale sia chiama “Viral Sea”, ma l’insegna è quello che rimane della scritta originaria “Virtual Sea”: lì si va per mangiare cibo scadente, fare sesso occasionale e soprattutto sparare proiettili veri all’interno di un megacostrutto di realtà virtuale.

“All’ultimo piano di quel palazzo, spiegò, c’era la migliore anatra laccata di tutta la città. Sesso e perversione per tutti i gusti. E una vista mozzafiato”. (Pag. 60)

E ancora…

“Sui tatami c’erano almeno una quindicina di tavolini bassissimi, la maggior parte dei quali occupati da coppiette assortite umani/cartoon. Sullo sfondo, enormi vetrate raccoglievano il tamburellare della pioggia. […] Locali di quel tipo erano quasi sempre sinonimo di rogne, cucina scadente e problemi di digestione. Senza contare le armi che in generosa quantità continuavano a tartagliare oltre la vetrata panoramica. Il novanta per cento degli avventori era lì per ubriacarsi e scopare. E naturalmente per sparare qualche colpo con un “ferro” di grosso calibro”. (Pag. 61-62).

Il “Kapolinea Kipple” di “Toxic@” 

Continuiamo il nostro tour approdando al “Kapolinea Kipple” sempre di “Toxic@”, sordido pub ricavato in uno scantinato nel quartiere della movida milanese, a due passi dalla barriera antimagma. Qui, tra musica assordante e cartoni in abiti succinti, circola una bevanda illegale, il Fallace, prodotta proprio con i cartoon…

“Musica R&B sparata a mille. I muri vibravano sotto un bombardamento di bassi. Tendaggi neri come la notte. Graffiti luminosi si contorcevano sulle pareti, indicando an passant agli avventori dove mettere i piedi senza inciampare. Una scala si avvitava nel buio, sfregiata da lame di luce stroboscopia ad altezza occhi. Gradini ripidi, groviglio di corpi sudati e rattrappiti. Effusioni che sfociavano apertamente in qualcosa di più. Uomini, donne in mis succinte. Cartoni. Ansiti, risate. Qualcuno doveva aver rovesciato da bere sugli scalini, perché c’era della schiuma per terra e si rischiava di scivolare. […] Il locale doveva essere stato ricavato in una palestra dismessa, ampio e buio al punto da annullare qualsiasi prospettiva spaziale. Ventagli di luce laser rastrellavano la pista da ballo cambiando ogni volta colore e inclinazione, con metodica insolenza”. (Pag. 177)

E ancora…

“Il Mescolatore strizzò gli occhi e individuò il bar. Era stato allestito segando a metà un vecchio tram e facendo correre il bancone lungo tutto il perimetro, imbullonato alle lamiere. Sotto – intravide – aveva ancora le ruote d’acciaio originali che poggiavano su due moncherini di rotaie lunghe una ventina di metri (giusto per avere qualcosa in più su cui inciampare)”. (pag. 177)

La “Taverna del postulante” di “Toxic@”

Siamo in cima alla barriera antimagma, una promenade soprelevata costruita con materiale di scarto. Qui fioriscono localucci malfamati, come il piccolo pub claustrofobico in cui si reca Cora…

“Il locale aveva un’insegna olografica difettosa – lettere di luce purulenta salivano di sghimbescio verso il cielo a formare la scritta La taverna del postulante – ed era un piccolo pub claustrofobico abbarbicato sul livello più alto della barriera. Ampi oblò circolari in plexiglas rinforzato si affacciavano direttamente sul primo anello di contenimento, come occhi di un brutto pesce degli abissi. La gente guardava da lì o saliva a coppie sulla stretta terrazza di sopra a farsi schiaffeggiare dalla pioggia. La costruzione era un cilindro prefabbricato, oblungo e con gli angoli stondati; l’arredamento un avvilente collage di vetroresina e plasticaccia color burro vecchio. Sedie spaiate e tavoli crepati davano l’impressione di trovarsi in una mensa dei poveri allestita in fretta e furia nel ventre di una camera iperbarica. Solo che lì, a dispetto dell’ambiente soffocante e del soffitto basso, si poteva tranquillamente darci dentro con le bionde e il fumo stagnava in banchi che rendevano l’aria irrespirabile. Sul tetto a botte il tambureggiare petulante della pioggia era così forte che veniva istintivo insaccare la testa nelle spalle”. (Pag. 223)

La locanda di “Schiuma rossa”

Un piccolo omaggio anche alla taverna di “Schiuma rossa”, racconto vincitore del Premio Robot 2013 (Robot 68, 2013). Siamo a Nuova Rimini, sul fondo sabbioso di un Adriatico prosciugato.

Rudan entra nel bar passando da una pesante porta stagna. Effettivamente è una locanda: una decina di tavolini e qualche panca imbullonata al pavimento. Cinque o sei persone si voltano a guardare il nuovo venuto; davanti a ciascuno, posato sul tavolo, un caschetto da minatore giallo o arancio. In fondo al locale, il bancone d’alluminio sembra essere stato rubato dalle cucine di una mensa aziendale”. (Pag. 4)

La taverna portuale di “Bastian”

La fine del nostro giro ci porta addirittura a Mecharatt, megalopoli portuale di Mondo9, nell’unico locale extraterrestre che abbia mai descritto e che compare in “Bastian” (Delos Digital, 2014), quarto dei cinque episodi delle nuove storie della saga. All’interno, tra portuali e marinai, scorre a fiumi la grappa di formiche, bevanda regina di Mondo9…

“La locanda puzzava di un misto d’olio bruciato, alcol dozzinale e acido formico. Annegati nel fumo grigio di decine di pipe, marinai e portuali si dividevano tra chiacchiere e birra, conversando a voce altissima come se lo stessero facendo da ponte a ponte anziché dai lati opposti di un tavolino. Un buon 80 per cento aveva il Morbo stampato sulla faccia: placche d’ottone, che fuse una con l’altra avrebbero reso in peso quanto un animaletto da compagnia. Alcuni avevano il dorso delle mani vaiolate di metallo e le nocche ricoperte di noduli luccicanti. Per loro, il solo gesto di portare un boccale alle labbra diventava una piccola prova di contorsionismo”. (Pag. 11)

A ben guardare, a questa lista manca l'”Albergo Delizia” di “Infect@”, una pensioncina due stelle, la cui insegna recita laconicamente così: “Un’ora – 30 euro Personale cartoon”. Per il resto, è abbastanza completa. Buon soggiorno, nei miei incubi, quindi!