
Le storie sono voci, e le voci sono ovunque. Si alzano dai banchetti in una babele caotica. Lingue e accenti diversi. Grida. Gente che contratta millantando la qualità della propria mercanzia, intasca denaro, torna a piegarsi per ordinare gli oggetti invenduti. Siamo al “Balon” del sabato, lo storico mercatino delle pulci di Torino, in scena dal 1857, che da Piazza della Repubblica scende fino alla Dora: oltre 300 banchetti e una cinquantina di negozi, uno in fila all’altro, che vendono antiquariato, rigatteria, artigianato etnico, oggettistica vintage e semplice usato.
Una passeggiata di pochi minuti avvolti da un turbinio di colori, profumi e sapori, e ci si ritrova nella piazza antistante un severo edificio ad archi e mattoni a vista, da cui svetta una torre con un orologio (“imponente” la definiscono le fonti ufficiali, senza però riportarne l’altezza): è l’ex Caserma Cavalli dell’Arsenale Militare della città, che uno splendido restauro conservativo ha convertito a nuova sede della prestigiosa Scuola Holden, il tempio italiano dello storytelling, fondato da Alessandro Baricco nel 1994 (e ora di proprietà di Feltrinelli).
È lì che sono diretto per il secondo weekend in Holden del corso “I mondi del possibile”, titolo ripreso da un volumone antologico di quasi 600 pagine pubblicato dall’Editrice Nord nel 1993 (a cura di Piergiorgio Nicolazzini). Ci arrivo a completamento di un ciclo di 18 lezioni a cadenza settimanale, per complessive 44 ore fra streaming e presenza, iniziato il 21 gennaio di quest’anno e conclusosi nel fine settimana del 18/19 aprile.
Tre mesi intensissimi a parlare di fantascienza e creative writing, di punto di vista immerso e worldbuilding, di personaggi e dialoghi, di artlangs e infodump, delle tre Leggi di Clarke e di etichette, di spin-off e crossover, di fix-up, concept, pitch e sinossi. Senza dimenticare che la fantascienza – come termine – compie proprio quest’anno un secolo di vita e che alla Holden, quantomeno in un corso mirato, non ci era mai entrata, se non dalla finestra, come convitato di pietra o argomento tangenziale.
Uno sdoganamento non da poco per una scuola di storytelling che scomponendo e analizzando ogni singolo meccanismo della narrazione come se fosse un orologio smontato si occupa di formare gli scrittori di domani. E per il sottoscritto un’attestazione di stima professionale per nulla scontata e in qualche modo inattesa. Ma andiamo con ordine.
Tornando alle origini militari dell’edificio, gli iscritti non sono un reggimento, e neppure una compagnia. Una squadra però sì: ben assortita, motivata e pienamente operativa. Ogni mercoledì sera, nella prima parte dello streaming si lavora alla teoria, per poi passare alla pratica con un esercizio di scrittura che mi faccio carico di esaminare durante la lezione per poi approfondire analiticamente tra un incontro e l’altro. Per il resto, compiti a casa per tutti, brainstorming frequenti e studio di esempi illustri: libri, autori, film e serie tv.
Chi conosce un minimo la Holden sa che non è stata pensata per gente normalissima, e di questo se ne fa orgogliosamente un vanto. In origine l’idea era quella di creare una scuola da cui Holden Caulfield, l’anticonfomista, viziato, ribelle protagonista del romanzo cult “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, non sarebbe mai stato espulso. Una dichiarazione d’intenti di cui si respira un assaggio già dalla cima della scalinata d’ingresso, su cui svetta la frase del libro: «It’s funny. Don’t ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody» (“È strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque“).



E così di questo passo, tra citazioni celebri fuori dalla porta di ogni aula, pareti dalle tinte sgargianti, aree di meditazione arredate con poltrone sospese, ogni forma di creatività – e di scrittura – diventa percorso sensoriale fatto di rimandi, spunti di riflessione, scintille d’ispirazione…
Una sola nota all’apparenza stonata: le sedie delle aule sono spartane e scomodissime. Mi viene spiegato che è così per scelta; per scrivere e creare, a detta dei fondatori, bisogna stare scomodi, con la schiena dritta e poco agio per lo scivolamento delle gambe verso posture più rilassate. Sarà, ma Joseph Conrad forse avrebbe da ridire…

Proprio fra questi muri, il 14/15 marzo, arrivano i tre super ospiti scelti per parlarci di quelli che sono i temi fondamentali (dovrei dire quasi imprescindibili) per chiunque voglia scrivere oggi una storia di fantascienza: il fisico e meteorologo Mario Giuliacci, volto notissimo della tv (cambiamento climatico ed eventi meteo e cosmici estremi); l’ingegnere e matematico Emilio Billi (intelligenza artificiale) e l’antropologo Luis Devin (civiltà sconosciute e sopravvivenza in ambienti ostili).
La mia squadra si è preparata a dovere: ognuno dei partecipanti ha scritto un raccontino autoconclusivo di 3.000 battute da sottoporre agli ospiti sugli argomenti che verranno trattati e preparato una sfilza di domande a cui verrà data risposta al termine degli speech. Un modo – apprezzatissimo dai corsisti, me compreso – per confrontarsi, attraverso la scienza, con la realtà e quindi con credibilità/coerenza dei propri universi narrativi.
Per il secondo weekend in presenza, più o meno un mese dopo, l’obiettivo è di sottopormi un elaborato di fine corso di 30.000 battute: tema libero, voce e registro personali, storia autoconclusiva o – a scelta – il capitolo introduttivo di un potenziale romanzo. Una piccola grande sfida da valutare e commentare tutti quanti insieme…
C’è elettricità nell’aria, il racconto non è più solo un esercizio a sorpresa ma un progetto vero e proprio, le cui forme e potenzialità diventano frutto di valutazioni incrociate. È l’ultimo atto di un percorso avviato 12 settimane prima, smontando e ricomponendo quell’orologio pieno di meccanismi che segna per ciascuno un’ora diversa, personale, unica. Si chiude con la consegna dei diplomi e la promessa di ritrovarci, risertirci, rileggerci…
Alle nostre spalle, sulla scalinata, la frase che da queste parti ognuno interpreta a modo proprio: “È strano. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque.” Un ammonimento, un enigma, una provocazione…
Per me un’esperienza meravigliosa che non dimenticherò facilmente…

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