C’è un piccolo spazio, tra l’oculare e l’obiettivo del cannocchiale, nel quale – guardando attraverso le lenti – si notano fulgidi sfarfallii di luce. È un punticino a cavallo dello spazio, del tempo e del colore che rende ogni strumento di osservazione anche un magico caleidoscopio. Lì, se si ha la pazienza e la sensibilità di osservare con l’occhio della fantasia, si depositano storie incredibili. Ed è a questa minuscola area intrisa d’ombra e di riflessi, di forme e d’illusioni che voglio dedicare la minirubrica qui sotto; la farò crescere di settimana in settimana con un nuovo racconto di pochi caratteri ogni volta. Storie di sabbia e di dune, di mari limacciosi e di miraggi, di schegge e di sguardi abbagliati… Insomma, Mondo9, ma non necessariamente, non solo. Buon viaggio, comandanti! (Ah, quello della foto sono io).

4 – La zavorra

Ramon era un vecchio balordo senza fissa dimora, il naso aquilino, una zazzera nera che gli scendeva scomposta lungo le guance, l’espressione perennemente imbronciata. Un mattino, durante il suo consueto giro per locande, trovò per terra un foglietto stropicciato. Lo raccattò, lo aprì e lo portò alle narici per annusarlo (odorava di vino. Rosso, per l’esattezza). Era vergato a penna con una calligrafia infantile e tondeggiante, come se ogni vocale fosse stata pompata a fiato. Cominciò a leggere farfugliando a mezze labbra. Era una poesia, il titolo “La zavorra”. Socchiuse per un attimo gli occhi, schioccò la lingua e lo appallottolò. Ma quando lo gettò nel cestino lì accanto, i suoi piedi si staccarono da terra. Guardò in basso, le falde del lungo pastrano si erano aperte. Stava volando…

3 – Il pescatore di capelli

Farìs era un povero pescatore di capelli. Ogni giorno, prima dell’alba, prendeva il largo sulla sua minuscola barca a remi, raggiungeva un punto preciso della rada e lentamente cominciava a issare a bordo i lunghissimi capelli neri della sirena gigante adagiata sul fondale. Sotto il sole o la pioggia battente, li accarezzava e li pettinava per ore, liberandoli dalle alghe e dai piccoli molluschi che si appiccicavano alle ciocche. E solo all’imbrunire li restituiva al mare, consapevole che l’acqua li avrebbe di nuovo spettinati in pochi istanti. Ogni sera, dopo il tramonto, rientrava in porto con le mani segnate dalle piaghe e dalla fatica. Ma quella era la sua vita e la sirena gigante il suo unico, perduto amore. Da sempre… No, non aveva mai pensato di pescarla. Non c’era barca o casetta che avrebbe potuto ospitarla, solo il cuore.

2 – La bottiglia

Scovai le note in una vecchia bottiglia. L’avevo raccattata tra i ciottoli della battigia, poco prima dell’imbrunire. Il vetro era opaco e il sughero che le faceva da tappo, tanto consunto da sembrare un’alga morta. Pareva fosse stata in mare secoli. La rigirai nella mano saggiandone il peso e la osservai in controluce. Nessun foglietto all’interno, sul fondo solo un dito di sabbia grigia. L’agitai. Le note erano lì, in quella fanghiglia immota e senza tempo.
La sollevai all’altezza delle labbra e la stappai coi denti, sputandone il tappo tra i piedi scalzi. La musica che mi colmò le orecchie sembrava essersi arrampicata fino al collo con uno sforzo immane e un senso dell’armonia che s’intuiva a stento. D’istinto digrignai i denti e senza prestare attenzione al gesto, l’allontanai inclinandola di qualche grado. La musica sembrò acquisire senso della melodia e del ritmo. Al punto che mi feci coraggio e provai a disporre la bottiglia in orizzontale. Le note divennero fresche e cristalline. Azzardai il gesto di versarne il contenuto dove avevo sputato il tappo. La musica si fece struggente. Adamantina. Perfetta.
D’un tratto cessò. Sui piedi nudi un bolo di umida fanghiglia grigiastra. Lo raccolsi e lo sfarinai tra le dita. Nulla. Scossi la bottiglia. Vuota!
 La portai all’orecchio. Silenzio…

1 – Non ti tocco

Intrecciò le dita nelle mie. Con furia e dolcezza. Al punto da lasciarmi senza fiato. Non era tanto il modo in cui mi aveva preso per mano, quanto il senso di complicità che era riusciva a rovesciarmi dentro.
“Vieni, andiamo!”.
La seguii. Riluttante, al guinzaglio.
“Che accidenti hai?” mi chiese voltandosi a guardarmi. “Non posso trascinarti se punti i piedi”.
“La mano…” farfugliai. “Non ci siamo mai toccati”.
Piegò la testa. Sorniona.
“Non farlo!” la ammonii, leggendole il sorriso negli occhi.
“E invece sì”. Aprì le dita, abbandonandomi alla deriva. “Non ti tocco allora. Gli scoiattoli non lo fanno mai…”. Il suo sorriso sapeva di fronde all’ombra, alte e profumate di cielo. “Eppure corrono e saltano da un ramo all’altro senza perdersi”.
Mi fermai. Non sarei mai riuscito a starle dietro con il nodo che sentivo in gola. “Non posso!”. Deglutii.
“Sì che puoi. Non ti tocco, e ora non hai più scuse”. Mi voltò le spalle e cominciò a correre. “C’è un bacio in palio per chi non vuole essere toccato”.