C’è un piccolo spazio, tra l’oculare e l’obiettivo del cannocchiale, nel quale – guardando attraverso le lenti – si notano fulgidi sfarfallii di luce. È un punticino a cavallo dello spazio, del tempo e del colore che rende ogni strumento di osservazione anche un magico caleidoscopio. Lì, se si ha la pazienza e la sensibilità di osservare con l’occhio della fantasia, si depositano storie incredibili. Ed è a questa minuscola area intrisa d’ombra e di riflessi, di forme e d’illusioni che voglio dedicare la minirubrica qui sotto; la farò crescere di settimana in settimana con un nuovo racconto di pochi caratteri ogni volta. Storie di sabbia e di dune, di mari limacciosi e di miraggi, di schegge e di sguardi abbagliati… Insomma, Mondo9, ma non necessariamente, non solo. Buon viaggio, comandanti! (Ah, quello della foto sono io).

 

10 – La Coraggiosa

Cucinare una lucertola sopra una lamiera arroventata è la prima cosa che ho imparato da bambina. La seconda è stata costruire una nave con cartone pressato e rottami raccattati qua e là. E, certo, le ruote: scegliere quelle giuste dai vecchi carretti, montandole in modo che non saltassero via al minimo sobbalzo.
Poi le dipingevamo da capo a fondo, e solo allora pensavamo a un nome. Intrepida, Tempesta, Ribelle…
Il deserto è una palestra di vita. Ci crescono i marinai, e anche i futuri comandanti.
Le piccole navi di cartone della nostra infanzia erano feticci sgangherati. Tenute insieme dai sogni d’avventura, andavano a spinta. E a urla.
Su e giù dalle dune, a tutta birra. Adrenalina, sudore e… sabbia nei denti, ogni volta che finivi lungo e disteso per terra.
In genere ti toccavano cinque o sei turni a spingere in salita, arrancando su per i fianchi della duna, prima di poterci montare sopra a fare il comandante-pilota. Una sola discesa. A rotta di collo. Poi tornavi mozzo. E forza motrice.
A una femmina come me, capitava quasi sempre che ti facessero stare fuori due turni di seguito. E zitta!
Fu così che persi una mano. Su una lamiera viva. Della Coraggiosa. Ero filata come una scheggia, urlando a squarciagola, gli occhi che faticavano a rimanere aperti nel vento. Ma arrivata quasi in fondo, nel momento di massima velocità, devo aver fatto qualcosa di sbagliato coi piedi o col timone…
E mi sono capottata.
Un’esplosione di sabbia. E la nave che girava su se stessa – una trottola impazzita – fino ad aprirsi come un origami di petali taglienti.
Le grida degli altri bambini. Il dolore, la testa che girava, la vista appannata…
C’erano rottami ovunque, e pezzi di ruota nel raggio di duecento passi.
Il sangue.
Io piangevo disperata tenendomi il moncherino del braccio destro.
Quella stessa sera, i ragazzi più grandicelli raccattarono un bel po’ di arbusti secchi, accesero un falò e bruciarono quel che restava della Coraggiosa. A notte fonda mi portarono in dono il suo nome…

9 – Conchiglia

Scovarono la conchiglia ai piedi di una duna, guidati dal lugubre barrito che proveniva dal suo interno. Affiorava dalla sabbia di almeno un braccio, incendiata dai riflessi del tramonto. Per disseppellirla completamente ci vollero quattro uomini e più di un’ora di lavoro, con torce e badili. Una volta libera, anziché farla rotolare verso la nave, la coricarono a braccia sulla sabbia. La madreperla sembrava smaltata di luce. Dalla base alla punta, anche così di sghembo, doveva essere alta almeno nove metri. Kabir fu il più lesto ad arrampicarcisi sopra. Il suono tacque. “C’è un buco quassù in cima” gridò ai compagni di sotto agitando un braccio. Protese il collo, avvicinò un occhio al foro e sbirciò all’interno. La mano smise di sventolare. Un attimo dopo le dita si sfarinarono nel vento e l’avambraccio, spezzato all’altezza del gomito, piombò nella sabbia. Poi fu la volta di una gamba. Gli uomini arretrarono, mentre dall’alto continuavano a piovere pezzi rigidi come pietra. Da ultimo rotolò la testa. Occhi di buia madreperla sbarrati sul nulla…

8 – Luce negli occhi

Li incrociavamo spesso, tra le dune, chini sulle loro creazioni. Quando accadeva, ridotta l’andatura, ci affollavamo sul ponte per guardarli lavorare carponi, senza scambiarsi una parola. Non potete immaginare che cosa siano in grado di fare quegli uomini con qualche manciata di sabbia. Difficile credere che siano tutti malati, dal primo all’ultimo; molti di loro non hanno il dono della parola o sono storpi dalla nascita, altri ancora hanno così tanto metallo sulla pelle che stentano a reggersi in piedi. Ma a renderli artisti è proprio la deformità dei loro corpi. La sabbia, per loro, è al contempo argilla, balsamo e musa. Quella volta capitò che uno di loro ci sentì arrivare. Si tirò in piedi, abbandonò i compagni e venne verso di noi sbracciandosi perché fermassimo i motori. Non erano mai stati ostili, per cui assecondammo la sua richiesta. Magari il tipo voleva solo dell’acqua o un po’ di cibo per il resto della tribù. Toccò a me scendere nella sabbia per parlamentare. L’uomo era cieco, lo capii al volo. Gli chiesi che diamine avesse per agitarsi tanto e che cosa si aspettasse dalla nostra nave. Quando mi prese la mano feci per tirarmi indietro. Ma alla fine decisi di seguirlo fino ai piedi della duna, in mezzo ai suoi compari. Mi mostrò le sculture che lui e gli altri stavano ultimando. Trasalii, non ci potevo credere. Riconobbi il mio volto, e poi man mano quello di ogni membro dell’equipaggio. Nessuno escluso. Mi disse che dovevo portare il resto della ciurma a vederle, che non sarebbero state finite sino a quando anche l’ultimo di noi non avesse riconosciuto se stesso. Che solo da quello scambio di sguardi gli occhi di ciascuno – uomini e statue di sabbia – avrebbero ottenuto la giusta luce. E la giusta pace…

7 – Qualcosa lassù

By Giorgio Sangiorgi.

Ra-ta-ta-tum…
Il pilota s’insaccò nelle spalle e girò la testa prima a destra e poi a sinistra. Guardò giù, fra i tiranti.
Niente. Il bastardo che lo aveva colpito era svanito nel nulla dietro la sua coda. Calore rovente, aria irrespirabile, fumo.
Una seconda raffica. Scintille. E il tartagliare di colpi che slabbravano la fusoliera. Centrato in pieno, una seconda volta.
Tossì, strappò gli occhialoni dalla fronte e si passò una mano sul viso madido di sudore. Chiuse gli occhi. La cabina era un frullatore, sentiva la carlinga vibrargli nelle ossa, pulsargli nelle ferite, tra i denti.
Il biplano imbardò e scivolò su un’ala, perdendo rapidamente quota.
Eccolo! Il bastardo era sotto di lui, e stava compiendo un’ampia virata per presentarsi controsole.
Il motore perse colpi, tossicchiò. La fusoliera fumava. Odore di carne abbrustolita e guarnizioni che andavano a fuoco.
Poi la vide. Che diamine era?
L’ancora di una nave. Appesa al cielo striato di fumo.
Rovesciò la testa all’indietro, guardò in alto. Qualcosa… Un’ombra gigantesca. Nera e affusolata.
Altri colpi, una nuova raffica. Suono di metallo sforacchiato, di lamiera che urlava.
Bagliore bianco. Una palla di fuoco.
Il bastardo non aveva visto l’ancora, e si era infilato come un fuso nell’ombra.
Guardò i pezzi infuocati precipitare verso il pelo dell’acqua. Scie di fumo che morivano nella schiuma candida delle onde.
Sorrise, alzò il pugno nel vento e si preparò ad ammarare…

6 – The end

Ci siamo, è la fine. Nella nebbia ho visto un uccellaccio nero cadere sul selciato. È piombato ai miei piedi, pancia all’aria, le ali spezzate. Appena più in là un secondo. E un altro ancora. Mi guardo intorno e conto i corpicini venuti giù senza un suono: ciuffetti d’ossa e penne ispide incrostate di ghiaccio. Lassù da qualche parte tra le nubi sta già grandinando. Mi chino sui talloni e ne infilzo uno col mio punteruolo da tasca. Lo porto alle narici per annusarlo. È lei, penso, impossibile sbagliarsi; la fine è già qui. Lascio cadere il punteruolo. Mi tiro in piedi, apro l’ombrello controvento e mi affretto a testa bassa verso il molo. Non è educato fare tardi a un appuntamento. È lì che devo andare. Ad aspettare le mia onda…

5 – Calibro-tot

Dev’essere andata così: ho aperto gli occhi. Tutto qui! E questo mi ha salvato la pelle. C’è un sacco di gente strana nei sogni, che gira armata fino ai denti. E, senza che tu abbia il tempo di rendertene conto, finisce per crivellarti di colpi mentre sei steso nel tuo letto che dormi. Dicono che sia tutta colpa di un nuovo tipo di pallottola calibro-tot in grado di trapassare il mondo onirico e arrivare a colpire la realtà. Il sonno, intendo, non la veglia. La scorsa notte, saltando da un tetto all’altro durante un inseguimento, ho esploso un intero caricatore. Ho visto toraci sobbalzare sotto gli spari, teste esplodere. E macchie di sangue fiorire su federe immacolate. Stanotte sarebbe toccato a me, sicuro come l’oro. Ma qualcosa mi ha punto, e mi sono svegliato. Ho spalancato le palpebre. La pallottola dev’essere qui da qualche parte, tra le pieghe del lenzuolo…

4 – La zavorra

Ramon era un vecchio balordo senza fissa dimora, il naso aquilino, una zazzera nera che gli scendeva scomposta lungo le guance, l’espressione perennemente imbronciata. Un mattino, durante il suo consueto giro per locande, trovò per terra un foglietto stropicciato. Lo raccattò, lo aprì e lo portò alle narici per annusarlo (odorava di vino. Rosso, per l’esattezza). Era vergato a penna con una calligrafia infantile e tondeggiante, come se ogni vocale fosse stata pompata a fiato. Cominciò a leggere farfugliando a mezze labbra. Era una poesia, il titolo “La zavorra”. Socchiuse per un attimo gli occhi, schioccò la lingua e lo appallottolò. Ma quando lo gettò nel cestino lì accanto, i suoi piedi si staccarono da terra. Guardò in basso, le falde del lungo pastrano si erano aperte. Stava volando…

3 – Il pescatore di capelli

Farìs era un povero pescatore di capelli. Ogni giorno, prima dell’alba, prendeva il largo sulla sua minuscola barca a remi, raggiungeva un punto preciso della rada e lentamente cominciava a issare a bordo i lunghissimi capelli neri della sirena gigante adagiata sul fondale. Sotto il sole o la pioggia battente, li accarezzava e li pettinava per ore, liberandoli dalle alghe e dai piccoli molluschi che si appiccicavano alle ciocche. E solo all’imbrunire li restituiva al mare, consapevole che l’acqua li avrebbe di nuovo spettinati in pochi istanti. Ogni sera, dopo il tramonto, rientrava in porto con le mani segnate dalle piaghe e dalla fatica. Ma quella era la sua vita e la sirena gigante il suo unico, perduto amore. Da sempre… No, non aveva mai pensato di pescarla. Non c’era barca o casetta che avrebbe potuto ospitarla, solo il cuore.

2 – La bottiglia

Scovai le note in una vecchia bottiglia. L’avevo raccattata tra i ciottoli della battigia, poco prima dell’imbrunire. Il vetro era opaco e il sughero che le faceva da tappo, tanto consunto da sembrare un’alga morta. Pareva fosse stata in mare secoli. La rigirai nella mano saggiandone il peso e la osservai in controluce. Nessun foglietto all’interno, sul fondo solo un dito di sabbia grigia. L’agitai. Le note erano lì, in quella fanghiglia immota e senza tempo.
La sollevai all’altezza delle labbra e la stappai coi denti, sputandone il tappo tra i piedi scalzi. La musica che mi colmò le orecchie sembrava essersi arrampicata fino al collo con uno sforzo immane e un senso dell’armonia che s’intuiva a stento. D’istinto digrignai i denti e senza prestare attenzione al gesto, l’allontanai inclinandola di qualche grado. La musica sembrò acquisire senso della melodia e del ritmo. Al punto che mi feci coraggio e provai a disporre la bottiglia in orizzontale. Le note divennero fresche e cristalline. Azzardai il gesto di versarne il contenuto dove avevo sputato il tappo. La musica si fece struggente. Adamantina. Perfetta.
 D’un tratto cessò. Sui piedi nudi un bolo di umida fanghiglia grigiastra. Lo raccolsi e lo sfarinai tra le dita. Nulla. Scossi la bottiglia. Vuota!
 La portai all’orecchio. Silenzio…

1 – Non ti tocco

Intrecciò le dita nelle mie. Con furia e dolcezza. Al punto da lasciarmi senza fiato. Non era tanto il modo in cui mi aveva preso per mano, quanto il senso di complicità che era riusciva a rovesciarmi dentro.
“Vieni, andiamo!”.
La seguii. Riluttante, al guinzaglio.
“Che accidenti hai?” mi chiese voltandosi a guardarmi. “Non posso trascinarti se punti i piedi”.
“La mano…” farfugliai. “Non ci siamo mai toccati”.
Piegò la testa. Sorniona.
“Non farlo!” la ammonii, leggendole il sorriso negli occhi.
“E invece sì”. Aprì le dita, abbandonandomi alla deriva. “Non ti tocco allora. Gli scoiattoli non lo fanno mai…”. Il suo sorriso sapeva di fronde all’ombra, alte e profumate di cielo. “Eppure corrono e saltano da un ramo all’altro senza perdersi”.
Mi fermai. Non sarei mai riuscito a starle dietro con il nodo che sentivo in gola. “Non posso!”. Deglutii.
“Sì che puoi. Non ti tocco, e ora non hai più scuse”. Mi voltò le spalle e cominciò a correre. “C’è un bacio in palio per chi non vuole essere toccato”.