C’è un piccolo spazio, tra l’oculare e l’obiettivo del cannocchiale, nel quale – guardando attraverso le lenti – si notano fulgidi sfarfallii di luce. È un punticino a cavallo dello spazio, del tempo e del colore che rende ogni strumento di osservazione anche un magico caleidoscopio. Lì, se si ha la pazienza e la sensibilità di osservare con l’occhio della fantasia, si depositano storie incredibili. Ed è a questa minuscola area intrisa d’ombra e di riflessi, di forme e d’illusioni che voglio dedicare la minirubrica qui sotto; la farò crescere di settimana in settimana con un nuovo racconto di pochi caratteri ogni volta. Storie di sabbia e di dune, di mari limacciosi e di miraggi, di schegge e di sguardi abbagliati… Insomma, Mondo9, ma non necessariamente, non solo. Buon viaggio, comandanti! (Ah, quello della foto sono io).

13 – Acqua!

“Acqua!”. La vedetta si piegò e appoggiò le mani sulle ginocchia per riprendere fiato. Naila lo fissò, mentre la schiena andava su e giù squassata dall’affanno della corsa. Lo vide sollevare appena la testa e inumidirsi le labbra prima di continuare: “In una spaccatura della roccia a cinque miglia da qui, c’erano anche cocci d’uovo. E aliquadre che volavano in tondo sopra la pozza”.
“Cocci d’uovo? E l’hai… toccata? L’acqua intendo”.
L’uomo scosse debolmente la testa. “No, ho provato, ma il braccio non ci arrivava neppure usando i cocci come cucchiaio. E sono corso indietro a dirvelo”.
“Quindi non l’hai… assaggiata?”.
La vedetta drizzò la schiena, esitante. Perché quella domanda? “No, neanche un sorso, e anzi…”.
Naila gli allungò la borraccia. “Ora bevi. Non c’è altra acqua qui intorno”.
“Ma…”. L’uomo, prima di proseguire, si attaccò al collo del recipiente e ne trangugiò il contenuto in un unico sorso, che non fece che seccargli ancora di più la gola. Si asciugò le labbra con l’avambraccio e, accigliato, restituì la borraccia al suo comandante. “Tutta qui? Non mi crede, vero?”.
Naila distolse gli occhi e scrutò le dune che si estendevano senza soluzione di continuità in ogni direzione. “Sei vivo, e questa è una buona notizia per te e per la mia nave”.
“Vi sbagliate, io l’ho vista, l’ho…”.
“Che cosa?”. Naila fece per andarsene, ma si bloccò. “Quello che hai visto in fondo alla roccia era solo albume, puro e velenosissimo albume d’uovo. Uovo di nave che le aliquadre cercavano di mangiare o, chissà…”, sfarfallò una mano a mezz’aria, “… di proteggere!”. Gli voltò le spalle e lasciò l’uomo su due piedi che ancora boccheggiava per la corsa. “Sei stato fortunato a essere corto di braccia almeno quanto di cervello, marinaio” gli urlò dietro. “Non saresti tornato qui a raccontarlo”.
All’improvviso, mossa da un rigurgito d’umanità, si girò di scatto. “Se hai ancora sete, ho dell’acqua nella mia cabina”.

12 – Se si muove vienimi a prendere

Sargàn gettò il mozzicone nella sabbia, lo schiacciò con uno stivale e fischiò tra i denti. “Che caz…”.
Naila gli tappò la bocca con una mano.
La duna non era una duna, ma qualcosa che non avevano mai visto. Che nessuno aveva mai visto. Di gigantesco e straordinario.
“Silenzio, Guardiasabbia”.
Lui si girò a fissarla.
Naila ritrasse la mano. “Non sappiamo che cosa è in grado di sentire una nave di sabbia. Non sappiamo se possiede un cuore o ne cerca uno. Magari due!”.
Il vascello era perfetto in ogni singolo dettaglio, una riproduzione che doveva aver richiesto mesi e mesi di minuzioso lavoro di raccolta e compattamento del materiale, scultura e cesello.
“Che senso ha?” buttò lì Sargàn a bassa voce. “Voglio dire… non può navigare, è fatta per rimanere ferma”.
Naila fece qualche passo in direzione delle ruote. Erano alte almeno quattro metri, coi battistrada finemente scolpiti a bassorilievi. S’insinuò in un pertugio e, prima d’inoltrarsi nel sottoscocca, si voltò indietro e con un sorriso gridò a Sargàn “Se si muove vienimi a prendere”.
Poi sparì nel buio.
Là sotto nulla finiva, la scultura proseguiva esattamente come all’esterno, in un profluvio di dettagli che moriva contro una volta nera e invisibile. Naila riabbassò gli occhi e si guardò intorno. Era incredibile, ma era circondata da decine di ruote replicate in ogni più piccolo particolare. E ognuna, a modo suo, doveva fungere da pilastro portante per il resto della titanica scultura.
Qualcosa le si sfarinò tra i capelli. Ebbe un tuffo al cuore, rovesciò la testa all’indietro e scrutò in alto, verso gli assali bui. Che cosa sarebbe accaduto se anche una sola di quelle ruote avesse ceduto… sbriciolandosi?
La pioggia di sabbia crebbe d’intensità. Decise che era meglio andarsene da lì. Chiunque fosse stato l’artista di quel capolavoro doveva essere ancora all’opera da qualche parte sui ponti. O magari nella stiva. Non dubitò neppure per un istante che tutta la nave fosse stata scavata e scolpita anche all’interno. Come un mallo di noce.
Ritornò sui propri passi mettendo i piedi esattamente dove li aveva posati all’andata. Una volta fuori, aveva i capelli spettinatissimi e stopposi. Scrollò la testa e li arruffò per liberarli della sabbia.
Si chiese se l’artista l’avesse vista (e magari spiata di nascosto).
“Non c’è assolutamente nulla là sotto”. Prese Sargàn sottobraccio e lo portò lontano da quel prodigio incompleto…

11 – La nave morente

Avevano ormeggiato la nave malata in fondo alla banchina, a uno dei moli più defilati del porto vecchio, il più lontano possibile dagli altri vascelli. L’eritema scarlatto che le ricopriva due terzi dello scafo emanava un fetore pungente di sabbia stantia e metallo purulento. Nell’aria, una nota bassa e cavernosa, come il muggito di una mandria invisibile. Il fazzoletto premuto sul viso, l’Avvelenatore era già sulla banchina, in spalla la sacca con le cavie, nell’altra mano la borsa con gli strumenti e le sue preziose pozioni. Da quanto aveva potuto constatare da un primo sommario esame della paziente, non c’era più molto che potesse fare. Salvo forse accelerare la…
Qualcuno gli picchiettò la spalla “Siete voi l’avvelenatore?”. Lui abbassò il fazzoletto dalla bocca e annuì. Non aveva mani libere da porgere e si augurò che quella mancanza non suonasse sgarbata.
“Le sentite?” disse il tipo basso e tarchiato che si era materializzato al suo fianco. “Sono le altre navi che cantano una nenia funebre per la loro compagna morente”.
L’Avvelenatore, uomo di poche parole, non aveva altro da aggiungere, conosceva quel canto. Appoggiò a terra la sacca e fece per dire qualcosa, ma l’altro lo precedette: “Mi spiace avervi fatto venire per nulla. Ricompenserò il vostro disturbo”.
“Dovrò comunque salire a bordo e constatare la morte… conoscete il comandante?”.
“Sono io il comandante”.
L’Avvelenatore chinò appena il capo in segno di saluto. “Cos’è accaduto alla vostra nave?”.
L’uomo intrecciò le mani dietro la schiena e scalciò qualcosa oltre il molo, nella sabbia piatta come una tavola del porto vecchio. “Conoscete il poker, Avvelenatore?”.
“Non ci è permesso trastullarci con le carte, la Gilda e molto severa con chi manipola sostanze letali. Perché me lo chiedete?”.
“Perché la mia nave ha perso al gioco. E si è avvelenata ingurgitando sabbia tossica. Ho sperato fino all’ultimo che potesse salvarsi, vi ho fatto chiamare apposta… come ho detto, pagherò ugualmente il vostro onorario”.
L’Avvelenatore guardò a lungo il vascello in agonia e meditò di congedarsi. Le navi non conoscono i giochi degli uomini, non sanno dare i valori alle cose, capiscono solo l’onore e il disonore. “Qual era la posta?” chiese rimettendosi in spalla la sacca con le cavie.
“Non c’era nessuna posta, giocavamo solo per stare insieme tra ufficiali a bere qualche bicchierino, dopo una giornata di pesca”.
L’Avvelenatore lo guardò senza proferire parola e se ne andò…

10 – La Coraggiosa

Cucinare una lucertola sopra una lamiera arroventata è la prima cosa che ho imparato da bambina. La seconda è stata costruire una nave con cartone pressato e rottami raccattati qua e là. E, certo, le ruote: scegliere quelle giuste dai vecchi carretti, montandole in modo che non saltassero via al minimo sobbalzo.
Poi le dipingevamo da capo a fondo, e solo allora pensavamo a un nome. Intrepida, Tempesta, Ribelle…
Il deserto è una palestra di vita. Ci crescono i marinai, e anche i futuri comandanti.
Le piccole navi di cartone della nostra infanzia erano feticci sgangherati. Tenute insieme dai sogni d’avventura, andavano a spinta. E a urla.
Su e giù dalle dune, a tutta birra. Adrenalina, sudore e… sabbia nei denti, ogni volta che finivi lungo e disteso per terra.
In genere ti toccavano cinque o sei turni a spingere in salita, arrancando su per i fianchi della duna, prima di poterci montare sopra a fare il comandante-pilota. Una sola discesa. A rotta di collo. Poi tornavi mozzo. E forza motrice.
A una femmina come me, capitava quasi sempre che ti facessero stare fuori due turni di seguito. E zitta!
Fu così che persi una mano. Su una lamiera viva. Della Coraggiosa. Ero filata come una scheggia, urlando a squarciagola, gli occhi che faticavano a rimanere aperti nel vento. Ma arrivata quasi in fondo, nel momento di massima velocità, devo aver fatto qualcosa di sbagliato coi piedi o col timone…
E mi sono capottata.
Un’esplosione di sabbia. E la nave che girava su se stessa – una trottola impazzita – fino ad aprirsi come un origami di petali taglienti.
Le grida degli altri bambini. Il dolore, la testa che girava, la vista appannata…
C’erano rottami ovunque, e pezzi di ruota nel raggio di duecento passi.
Il sangue.
Io piangevo disperata tenendomi il moncherino del braccio destro.
Quella stessa sera, i ragazzi più grandicelli raccattarono un bel po’ di arbusti secchi, accesero un falò e bruciarono quel che restava della Coraggiosa. A notte fonda mi portarono in dono il suo nome…

9 – Conchiglia

Scovarono la conchiglia ai piedi di una duna, guidati dal lugubre barrito che proveniva dal suo interno. Affiorava dalla sabbia di almeno un braccio, incendiata dai riflessi del tramonto. Per disseppellirla completamente ci vollero quattro uomini e più di un’ora di lavoro, con torce e badili. Una volta libera, anziché farla rotolare verso la nave, la coricarono a braccia sulla sabbia. La madreperla sembrava smaltata di luce. Dalla base alla punta, anche così di sghembo, doveva essere alta almeno nove metri. Kabir fu il più lesto ad arrampicarcisi sopra. Il suono tacque. “C’è un buco quassù in cima” gridò ai compagni di sotto agitando un braccio. Protese il collo, avvicinò un occhio al foro e sbirciò all’interno. La mano smise di sventolare. Un attimo dopo le dita si sfarinarono nel vento e l’avambraccio, spezzato all’altezza del gomito, piombò nella sabbia. Poi fu la volta di una gamba. Gli uomini arretrarono, mentre dall’alto continuavano a piovere pezzi rigidi come pietra. Da ultimo rotolò la testa. Occhi di buia madreperla sbarrati sul nulla…

8 – Luce negli occhi

Li incrociavamo spesso, tra le dune, chini sulle loro creazioni. Quando accadeva, ridotta l’andatura, ci affollavamo sul ponte per guardarli lavorare carponi, senza scambiarsi una parola. Non potete immaginare che cosa siano in grado di fare quegli uomini con qualche manciata di sabbia. Difficile credere che siano tutti malati, dal primo all’ultimo; molti di loro non hanno il dono della parola o sono storpi dalla nascita, altri ancora hanno così tanto metallo sulla pelle che stentano a reggersi in piedi. Ma a renderli artisti è proprio la deformità dei loro corpi. La sabbia, per loro, è al contempo argilla, balsamo e musa. Quella volta capitò che uno di loro ci sentì arrivare. Si tirò in piedi, abbandonò i compagni e venne verso di noi sbracciandosi perché fermassimo i motori. Non erano mai stati ostili, per cui assecondammo la sua richiesta. Magari il tipo voleva solo dell’acqua o un po’ di cibo per il resto della tribù. Toccò a me scendere nella sabbia per parlamentare. L’uomo era cieco, lo capii al volo. Gli chiesi che diamine avesse per agitarsi tanto e che cosa si aspettasse dalla nostra nave. Quando mi prese la mano feci per tirarmi indietro. Ma alla fine decisi di seguirlo fino ai piedi della duna, in mezzo ai suoi compari. Mi mostrò le sculture che lui e gli altri stavano ultimando. Trasalii, non ci potevo credere. Riconobbi il mio volto, e poi man mano quello di ogni membro dell’equipaggio. Nessuno escluso. Mi disse che dovevo portare il resto della ciurma a vederle, che non sarebbero state finite sino a quando anche l’ultimo di noi non avesse riconosciuto se stesso. Che solo da quello scambio di sguardi gli occhi di ciascuno – uomini e statue di sabbia – avrebbero ottenuto la giusta luce. E la giusta pace…

7 – Qualcosa lassù

By Giorgio Sangiorgi.

Ra-ta-ta-tum…
Il pilota s’insaccò nelle spalle e girò la testa prima a destra e poi a sinistra. Guardò giù, fra i tiranti.
Niente. Il bastardo che lo aveva colpito era svanito nel nulla dietro la sua coda. Calore rovente, aria irrespirabile, fumo.
Una seconda raffica. Scintille. E il tartagliare di colpi che slabbravano la fusoliera. Centrato in pieno, una seconda volta.
Tossì, strappò gli occhialoni dalla fronte e si passò una mano sul viso madido di sudore. Chiuse gli occhi. La cabina era un frullatore, sentiva la carlinga vibrargli nelle ossa, pulsargli nelle ferite, tra i denti.
Il biplano imbardò e scivolò su un’ala, perdendo rapidamente quota.
Eccolo! Il bastardo era sotto di lui, e stava compiendo un’ampia virata per presentarsi controsole.
Il motore perse colpi, tossicchiò. La fusoliera fumava. Odore di carne abbrustolita e guarnizioni che andavano a fuoco.
Poi la vide. Che diamine era?
L’ancora di una nave. Appesa al cielo striato di fumo.
Rovesciò la testa all’indietro, guardò in alto. Qualcosa… Un’ombra gigantesca. Nera e affusolata.
Altri colpi, una nuova raffica. Suono di metallo sforacchiato, di lamiera che urlava.
Bagliore bianco. Una palla di fuoco.
Il bastardo non aveva visto l’ancora, e si era infilato come un fuso nell’ombra.
Guardò i pezzi infuocati precipitare verso il pelo dell’acqua. Scie di fumo che morivano nella schiuma candida delle onde.
Sorrise, alzò il pugno nel vento e si preparò ad ammarare…

6 – The end

Ci siamo, è la fine. Nella nebbia ho visto un uccellaccio nero cadere sul selciato. È piombato ai miei piedi, pancia all’aria, le ali spezzate. Appena più in là un secondo. E un altro ancora. Mi guardo intorno e conto i corpicini venuti giù senza un suono: ciuffetti d’ossa e penne ispide incrostate di ghiaccio. Lassù da qualche parte tra le nubi sta già grandinando. Mi chino sui talloni e ne infilzo uno col mio punteruolo da tasca. Lo porto alle narici per annusarlo. È lei, penso, impossibile sbagliarsi; la fine è già qui. Lascio cadere il punteruolo. Mi tiro in piedi, apro l’ombrello controvento e mi affretto a testa bassa verso il molo. Non è educato fare tardi a un appuntamento. È lì che devo andare. Ad aspettare le mia onda…

5 – Calibro-tot

Dev’essere andata così: ho aperto gli occhi. Tutto qui! E questo mi ha salvato la pelle. C’è un sacco di gente strana nei sogni, che gira armata fino ai denti. E, senza che tu abbia il tempo di rendertene conto, finisce per crivellarti di colpi mentre sei steso nel tuo letto che dormi. Dicono che sia tutta colpa di un nuovo tipo di pallottola calibro-tot in grado di trapassare il mondo onirico e arrivare a colpire la realtà. Il sonno, intendo, non la veglia. La scorsa notte, saltando da un tetto all’altro durante un inseguimento, ho esploso un intero caricatore. Ho visto toraci sobbalzare sotto gli spari, teste esplodere. E macchie di sangue fiorire su federe immacolate. Stanotte sarebbe toccato a me, sicuro come l’oro. Ma qualcosa mi ha punto, e mi sono svegliato. Ho spalancato le palpebre. La pallottola dev’essere qui da qualche parte, tra le pieghe del lenzuolo…

4 – La zavorra

Ramon era un vecchio balordo senza fissa dimora, il naso aquilino, una zazzera nera che gli scendeva scomposta lungo le guance, l’espressione perennemente imbronciata. Un mattino, durante il suo consueto giro per locande, trovò per terra un foglietto stropicciato. Lo raccattò, lo aprì e lo portò alle narici per annusarlo (odorava di vino. Rosso, per l’esattezza). Era vergato a penna con una calligrafia infantile e tondeggiante, come se ogni vocale fosse stata pompata a fiato. Cominciò a leggere farfugliando a mezze labbra. Era una poesia, il titolo “La zavorra”. Socchiuse per un attimo gli occhi, schioccò la lingua e lo appallottolò. Ma quando lo gettò nel cestino lì accanto, i suoi piedi si staccarono da terra. Guardò in basso, le falde del lungo pastrano si erano aperte. Stava volando…

3 – Il pescatore di capelli

Farìs era un povero pescatore di capelli. Ogni giorno, prima dell’alba, prendeva il largo sulla sua minuscola barca a remi, raggiungeva un punto preciso della rada e lentamente cominciava a issare a bordo i lunghissimi capelli neri della sirena gigante adagiata sul fondale. Sotto il sole o la pioggia battente, li accarezzava e li pettinava per ore, liberandoli dalle alghe e dai piccoli molluschi che si appiccicavano alle ciocche. E solo all’imbrunire li restituiva al mare, consapevole che l’acqua li avrebbe di nuovo spettinati in pochi istanti. Ogni sera, dopo il tramonto, rientrava in porto con le mani segnate dalle piaghe e dalla fatica. Ma quella era la sua vita e la sirena gigante il suo unico, perduto amore. Da sempre… No, non aveva mai pensato di pescarla. Non c’era barca o casetta che avrebbe potuto ospitarla, solo il cuore.

2 – La bottiglia

Scovai le note in una vecchia bottiglia. L’avevo raccattata tra i ciottoli della battigia, poco prima dell’imbrunire. Il vetro era opaco e il sughero che le faceva da tappo, tanto consunto da sembrare un’alga morta. Pareva fosse stata in mare secoli. La rigirai nella mano saggiandone il peso e la osservai in controluce. Nessun foglietto all’interno, sul fondo solo un dito di sabbia grigia. L’agitai. Le note erano lì, in quella fanghiglia immota e senza tempo.
La sollevai all’altezza delle labbra e la stappai coi denti, sputandone il tappo tra i piedi scalzi. La musica che mi colmò le orecchie sembrava essersi arrampicata fino al collo con uno sforzo immane e un senso dell’armonia che s’intuiva a stento. D’istinto digrignai i denti e senza prestare attenzione al gesto, l’allontanai inclinandola di qualche grado. La musica sembrò acquisire senso della melodia e del ritmo. Al punto che mi feci coraggio e provai a disporre la bottiglia in orizzontale. Le note divennero fresche e cristalline. Azzardai il gesto di versarne il contenuto dove avevo sputato il tappo. La musica si fece struggente. Adamantina. Perfetta.
 D’un tratto cessò. Sui piedi nudi un bolo di umida fanghiglia grigiastra. Lo raccolsi e lo sfarinai tra le dita. Nulla. Scossi la bottiglia. Vuota!
 La portai all’orecchio. Silenzio…

1 – Non ti tocco

Intrecciò le dita nelle mie. Con furia e dolcezza. Al punto da lasciarmi senza fiato. Non era tanto il modo in cui mi aveva preso per mano, quanto il senso di complicità che era riusciva a rovesciarmi dentro.
“Vieni, andiamo!”.
La seguii. Riluttante, al guinzaglio.
“Che accidenti hai?” mi chiese voltandosi a guardarmi. “Non posso trascinarti se punti i piedi”.
“La mano…” farfugliai. “Non ci siamo mai toccati”.
Piegò la testa. Sorniona.
“Non farlo!” la ammonii, leggendole il sorriso negli occhi.
“E invece sì”. Aprì le dita, abbandonandomi alla deriva. “Non ti tocco allora. Gli scoiattoli non lo fanno mai…”. Il suo sorriso sapeva di fronde all’ombra, alte e profumate di cielo. “Eppure corrono e saltano da un ramo all’altro senza perdersi”.
Mi fermai. Non sarei mai riuscito a starle dietro con il nodo che sentivo in gola. “Non posso!”. Deglutii.
“Sì che puoi. Non ti tocco, e ora non hai più scuse”. Mi voltò le spalle e cominciò a correre. “C’è un bacio in palio per chi non vuole essere toccato”.