C’era una volta una pandemia a Milano. Ne parlai nel mio romanzo “Toxic@”, sequel di “Infect@”, Urania (n. 1574) del 2011, ormai quasi un decennio fa. Due romanzi che componevano il Ciclo dei +toon, distanziati, narrativamente parlando, di sette anni anni l’uno dall’altro.

E’ un luogo comune che la fantascienza sia un genere letterario predittivo – molte volta ci azzecca, altrettante no -, ma è fuori di dubbio che, avvalendosi del registro dell’intrattenimento, si faccia portavoce di idee azzardate e offra spunti di riflessione incontestabilmente seri, ancorché non del tutto plausibili.

Il disegno interno di Giuseppe Festino.
Per gentile concessione di Urania e di Giuseppe Festino

Gli autori di SF pescano dalla realtà ed è come se dipanassero un filo dal rocchetto del presente; stretto nel loro palmo il capo di quel filo sottilissimo li porta a visitare luoghi e situazioni diverse e lontane, di stanza in stanza, di luogo in luogo, di tempo in tempo. Di idea in idea. Possono decidere di sfilacciarlo quel filo, e seguire diramazioni differenti, annodarlo con chirurgica abilità o aggrovigliarlo in un ammasso inestricabile. Volendo, possono persino spezzarlo e ridurlo a brandelli. Ma il rocchetto da cui sono partiti è sempre il loro presente, la loro realtà, il loro mondo…

Insomma, fuor di matafora, gli scrittori di fantascienza portano il fuoco. A volte senza neppure averne piena coscienza. Capita anche che il futuro venga loro incontro con brutale violenza, li travolga come un’onda che s’infrange contro gli scogli. Magari a Milano, magari nel 2032.

Capitò a me, appunto nove anni fa. Me lo ricorda una lettrice molto scrupolosa, che ha riempito di post-it la sua copia di “Toxic@”. Trovando queste parole un po’ raggelanti anche per l’autore:

Lungo via Porpora un traffico assonnato trascinava furgoni e Tuk Tuk verso il nodo non ancora caliente di Piazzale Loreto. Non fosse stato per qualche autista che portava una mascherina sul viso non si sarebbe detto che Milano era in piena emergenza sanitaria“. (pag. 15)

E ancora…

All’imboccatura della via s’era radunato un gruppetto di perdigiorno. Alcuni avevano naso e bocca nascosti da una mascherina a carboni attivi, questo non impediva però loro d’incitare i contendenti a voce alta, mentre altri si limitavano a commentare la scena col vicino“. (Pag. 16)

E ancora…

In prossimità della strettoia la polizia aveva allestito un posto di blocco volante per test a campione: tre autopattuglie e due unità mobili stipate di personale paramedico erano parcheggiate coi lampeggianti accesi in una piazzola ai bordi della carreggiata […]. Per velocizzare la trafila buona parte dei prelievi veniva eseguita all’aperto, dal finestrino dell’auto“. (Pag. 41)

E infine…

” – Posso andarla a trovare un’ultima volta?
Il medico chinò il capo. Era evidente che considerava la richiesta un capriccio che avrebbe preferito non dover assecondare.
– Il paziente è nella fase blu, la più contagiosa… ma le farò avere una tuta adatta per il pomeriggio“. (Pag. 57).

Nessun orgoglio nell’aver azzeccato qualche scena di oggi, solo un grazie di cuore alla lettrice e ai suoi post-it. E’ così che portiamo il fuoco, ma siamo solo staffette nel buio…